Frei, il Kerensky cileno (di Fábio Vidigal Xavier da Silveira)

FREI, IL KERENSKY CILENOdi Fábio Vidigal Xavier da SilveiraPrima edizione in portoghese nel 1967, Editora Vera Cruz, San Paolo del Brasile; traduzione italiana, Cristianità, Piacenza 1973.

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Questo studio, anche se considerato limitatamente al suo aspetto cileno, ha certamente un interesse tutt’altro che trascurabile. Infatti ci descrive dal vivo, con fatti numerosi e impressionanti, l’ascesa infida della minoranza democristiana in Cile, e i metodi ora astuti ora violenti con cui questa minoranza, padrona del potere, tenta ora di trasformare la grande nazione sorella in una repubblica socialista di stile castrista.

All’opinione pubblica cilena, fondamentalmente cattolica, la DC si presenta come ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa e quindi sostanzialmente anticomunista. In realtà, sotto il bel pretesto di sollevare le classi povere, patrocina una serie di “riforme sociali” che, se fossero applicate, lascerebbero moribondo o morto l’istituto della proprietà privata. Ora, questo comporta far vincere il comunismo.

Il governo Frei ha avuto alcuni incidenti clamorosi, anche se privi di importanza reale, con il governo di Cuba. Questi incidenti hanno avuto il potere di velare agli occhi di molti osservatori la profonda analogia tra le mete della Democrazia Cristiana andina e la realtà cubana.

Prevedendo che la realizzazione delle cosiddette riforme di base provocherà sensibili reazioni, il presidente Eduardo Frei cerca di conquistare l’opinione pubblica cattolica, appoggiandosi su teologi e pensatori progressisti, le cui temerarie elucubrazioni forniscono di fatto il fondamento alla politica socialista che sta svolgendo. E, per ridurre al silenzio quelli che non riesce a conquistare, il suo governo utilizza procedimenti di pressione politica, fiscale e poliziesca veramente dittatoriali.

L’avvocato e agricoltore Fabio Vidigal Xavier da Silveira, in questo studio che per la sua vivacità e concatenazione somiglia un poco a un filmato, ferma implacabilmente il suo obiettivo su ciascuno degli aspetti più importanti o più tipici di questa vasta manovra partitica o governativa. E al termine del suo penetrante “servizio” fornisce al lettore un panorama vasto e coerente, nella cui prospettiva è molto difficile non convincersi che la Democrazia Cristiana sia portando il Cile al comunismo.

Ma l’Autore non è negativista. Avendo colto con rara lucidità la manovra democristiana, sa cogliere anche gli aspetti positivi della situazione cilena: il crescente sdegno del popolo di fronte alla politica del governo; il malcontento latente dei contadini contro la riforma agraria socialista e confiscatoria; il levarsi degli stendardi dei giovani universitari della rivista cattolica Fiducia e della Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad nella lotta ideologica contro il riformismo progressista, e il conseguente risvegliarsi delle energie antisocialiste in tutto il paese; il recente rovescio elettorale di Frei, e le conseguenti prospettive piene di buoni auspici che illuminano con luci d’aurora l’orizzonte politico andino. Insomma, Fabio Vidigal Xavier da Silveira ci presenta in questo studio una descrizione di ampi orizzonti che, se offre motivo di profonde apprensioni, risveglia anche speranze e giustifica un vivo entusiasmo.

Mi pare però che questo grande “servizio” del giovane e brillante membro del consiglio nazionale della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradicào, Familia e Propriedade interessi una cerchia di lettori molto maggiore di quella costituita dagli studiosi di problemi cileni.

Infatti, quello che sta accadendo in Cile è un archetipo di quello che succede in altre parti del mondo. In qualsiasi parte del mondo esista la Democrazia Cristiana, chi legge il presente studio esclamerà tra sé e sé, a ogni passo della lettura: curioso! Come somiglia tutto questo all’azione della DC del mio paese!

Il fatto è che la Democrazia Cristiana è ovunque più o meno la stessa. La sua base è sana ma politicamente sprovveduta. I suoi vertici sono ambigui, a prima vista. Costituita abitualmente da elementi che vanno da un centrismo conservatore – passando per tutte le gamme intermedie – fino a un sinistrismo estremistico, in essa l’influenza dominante non è mai quella degli uomini di destra o dei centristi, ma quella dei politici di sinistra. Questi ultimi finiscono per trascinare sempre più verso sinistra – con riluttanza maggiore o minore degli altri elementi – i vertici democristiani, e con i vertici anche la base. In questo modo, benché tali vertici si blasonino ancora da anticomunisti, tuttavia la maggior parte dei loro membri non omette nulla per rendere sempre più conforme alle tendenze e perfino alle dottrine comuniste tutto quanto intraprendono. Predicatori della concordia a ogni prezzo, ne deducono la convenienza di una intesa cordiale e perfino di una schietta collaborazione con il marxismo.

Ma di fronte agli anticomunisti autentici la Democrazia Cristiana dimentica tutto il suo pacifismo e si trasforma in avversaria irosa, costante e irriducibile. E alla luce di tutto questo, per l’osservatore acuto l’ambiguità dei vertici cessa di essere un dato di fatto e lascia il posto al quadro di una DC che non è altro che un dispositivo ideologico e politico specificamente fatto per trascinare verso l’estrema sinistra uomini di destra e, soprattutto, centristi ingenui.

Tutto questo, l’osservatore comune lo nota soltanto confusamente. Ma la coscienza di questi fatti si forma rapidamente, nella sua mente, nel corso della lettura di questo “servizio” scritto con tanta serenità, e soprattutto così ben pensato.

Mi sembra quindi di reale interesse per il nostro paese che questo studio di Fabio Vidigal Xavier da Silveira – pubblicato in prima edizione su Catolicismo, il brillante e autorevole mensile di cultura tanto noto in tutto il Brasile – vada tra le mani del maggior numero possibile di brasiliani.

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